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USA- CINA: MENTRE IL VIRUS FA STRAGE TRUMP RILANCIA LA GUERRA DEI DAZI

Il virus elettorale contagia Trump

Di Piero Orteca, Che c’entra il Coronavirus con la guerra dei dazi doganali e con il progressivo deterioramento delle relazioni sino-americane? Beh, c’entra c’entra. Forse più di quanto si possa pensare a un primo superficiale esame della questione. Se lo chiedono molti dei politologi più scafati, analizzando minuziosamente il modo col quale Trump sta affrontando l’emergenza pandemica. Intanto, sullo sfondo si staglia, è meglio dirlo subito, la vera sfida che agita le notti insonni dell’inquilino della Casa Bianca. E che non è il virus. Ma la battaglia per  conquistare il secondo mandato presidenziale, sconfiggendo Joe Biden. Certo, l’asteroide della pandemia sta precipitando sull’America nel momento più delicato per lui: una mossa sbagliata ed è spacciato, elettoralmente parlando. Anche perché, pur potendo usufruire dei migliori laboratori di ricerca del mondo, di un reggimento di Premi Nobel e di una pletora di servizi segreti a cinque stelle, finora il Presidente non ne ha azzeccata una.

Un inciampo dietro l’altro

Prima ha clamorosamente sottovalutato la minaccia, rassicurando la nazione ed evitando di prendere le dovute misure preventive. Lui pensava di fare campagna elettorale puntando tutto le sue fiches sul tavolo dell’economia. La politica estera era il secondo fronte da curare con grande attenzione, ma certamente il caposaldo della propaganda studiata dal suo team era la buona fase congiunturale vissuta dal sistema-Paese americano. Per questo Trump aveva dichiarato guerra alla Cina. Una guerra, si badi bene, combattuta sul fronte dell’import-export e utilizzando le catene e la mannaia dei dazi doganali, con sapiente dosaggio. Purtroppo per lui, però, questa strategia contro il “pericolo giallo” non solo ha finito per danneggiare i tre quarti del pianeta, ma ha avuto anche un effetto boomerang sullo stesso apparato produttivo americano. Ormai le filiere industriali sono strettamente interconnesse e dover rinunciare a materie prime e semilavorati del colosso asiatico ha creato problemi non indifferenti.

Guerre stupide a farsi male

Non solo, ma dover puntare solo sui prodotti made in Usa ha danneggiato anche i consumatori, perché l’aumento dei dazi ha comportato un generale incremento dei prezzi di molti beni indispensabili alla grande industria. Si è tentato, è vero, più volte di arrivare a un accordo con Pechino per cercare di ottenere condizioni più vantaggiose che facessero attenuare il rosso vivo della bilancia commerciale degli States. Ma finora, al di là delle dichiarazioni di facciata, è stato tutto inutile. Ora il Coronavirus è arrivato a esasperare ulteriormente gli animi e a drogare la partita. La Cia è scesa in campo per accusare apertamente il governo cinese di avere mentito sulla pandemia e di avere occultato i dati. Insomma, nuvoloni neri come la pece si addensano all’orizzonte, specie considerando il costo economico che la crisi avrà per tutti, ma in maniera rilevante soprattutto per gli Usa.

Globalizzazione della catastrofe

La globalizzazione della catastrofe bloccherà per lungo tempo gli scambi commerciali sui mercati internazionali, danneggiando soprattutto quei Paesi come gli Stati Uniti capaci di esportare merci ad alto valore aggiunto. L’esigenza, poi, di mettere un argine al dissesto conseguente al dilagare dell’epidemia ha obbligato Trump a investire una massa monetaria ingente (oltre 2 mila miliardi di dollari) per cercare di attenuarne i contraccolpi sociali. Si cerca disperatamente di evitare una crisi di liquidità e di non arrivare al tanto temuto “crash and panicking”, una situazione che potrebbe mettere con le spalle al muro anche il sistema bancario. In questo momento, dunque, la guerra dei dazi doganali passa in secondo piano, anche se rimane una costante della politica estera ed economica trumpiana in vista delle Presidenziali di novembre. D’altro canto, alla Casa Bianca e già suonato l’allarme rosso per un accavallarsi di previsioni statistiche da fare accapponare la pelle.

Scenari da Grande Depressione

Il Prodotto interno lordo, che l’anno scorso aveva viaggiato intorno al 2,3%, potrebbe precipitare nei primi sei mesi di quest’anno sprofondando sotto terra. Qualcuno ha anche azzardato la comparsa di scenari da Grande depressione. E tutto questo mentre la Cina, tartassata per prima dalla pandemia, potrebbe cadere in piedi, restando con il suo Pil in territorio positivo, intorno al 3%. Un vero miracolo, se si tiene conto della botta subita e delle draconiane misure di contenimento della pandemia subito prese dal governo di Pechino. Misure che hanno inceppato la poderosa macchina produttiva cinese, ma senza fermarla. Diverso il discorso per gli Stati Uniti, In tutto questo bailamme, Trump si muove col sostegno di tutto il Partito repubblicano e cercando anche una sponda negli avversari Democratici. Con l’occhio lungo rivolto ai sondaggi, ha dovuto farsi forza e intervenire pesantemente con gli aiuti finanziari federali, una cosa lontana dalla sua dottrina politica. Certo, un Trump in versione keynesiana è l’ultima cosa che molti si sarebbero aspettati di vedere.

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